mercoledì 24 febbraio 2016

Kreuzlingen, primo turno: bene quasi tutte le teste di serie, benissimo Barbieri


Si è conclusa a Kreuzlingen la prima giornata dedicata ai primi turni: avanti tutte le teste di serie tranne Tereza Smitkova, eliminata da un'eccezionale Gioia Barbieri

Si sono giocate oggi sette partite di primo turno a Kreuzlingen, torneo Itf con un montepremi di 50.000 dollari. Le teste di serie, pur in qualche caso impegnate oltre le aspettative, sono riuscite a sbrigliare le rispettive matasse e ad approdare al turno successivo: tutte tranne una, la numero 5, estromessa in due facili parziali dall'ottima Gioia Barbieri. La tennista di Forlì è stata infatti autrice dell'unica vera sorpresa di giornata, facendo fuori la quotata ceca Tereza Smitkova, attualmente posizionata al numero 140 delle classifiche WTA. Gioia ha servito bene - 66% di prime in campo da cui ha ricavato l'83% di punti, concedendo appena una palla break nell'intero incontro - ed è stata molto solida nella gestione dei momenti delicati, che per la verità non sono stati moltissimi, vincendo ben 12 punti in più dell'avversaria. La Barbieri affronterà giovedì in sede di ottavi la vincente dell'incontro tra la wild card svizzera Xenia Knoll e la croata Tena Lukas. 

Per quello che riguarda le altre partite disputatesi, sono degne di nota le vittorie della prima testa di serie del torneo Carina Witthoeft sulla ex numero 7 del mondo Niicole Vaidisova, che sta cercando la strada maestra per tornare a competere ai livelli pre-Stepanek; e quelle di Tamira Paszek e Amandine Hesse, rispettivamente e faticosamente vincitrici sulla qualificata slovacca Rebecca Sramkova e sulla wild card di Vaduz Kathinka Von Deichmann. Notevole anche la performance della teenager elvetica Rebeka Masarova, che ha battuto nettamente l'attuale numero 267 del mondo ed ex finalista del Roland Garros junior Antonia Lottner.

Itf Kreuzlingen, primo turno:

C. Witthoeft (GER) [1] b. N. Vaidova (CZE)   6-1 7-6(5)
B. Pera (USA) b. Dalma Galfi (HUN)   6-4 6-4
O. Dodin (FRA) [8] b. I. Ramialison (FRA)   6-4 6-2
T. Paszek (AUT) b. R. Sramkova (SVK) [Q]   7-6(2) 2-6 6-2
A. Hesse (FRA) [6] b. K. Von Deichmann (LIE) [WC]   6-3 2-6 7-5
G. Barbieri (ITA) [Q] b. T. Smitkova (CZE) [5] 6-3 6-4
R. Masarova (SUI) [WC] b. A. Lottner (GER) 6-4 6-2


martedì 23 febbraio 2016

Itf Kreuzlingen: Ferrando e Barbieri qualificate al tabellone principale


Partirà domani il torneo da 50.000 dollari di Kreuzlingen, il più importante Itf femminile di questa settimana. Nel frattempo si è chiuso il tabellone di qualificazione, che ha visto Cristiana Ferrando e Gioia Barbieri ottenere il pass per il main draw

Il principale torneo Itf femminile di questa settimana è senza dubbio quello di Kreuzlingen, in Svizzera, dotato di un montepremi di 50.000 dollari. In queste ore si sono conclusi i match del turno decisivo del torneo di qualificazione, da cui sono uscite vincitrici le nostre Cristiana Ferrando e Gioia Barbieri. Cristiana, ormai in costante ascesa, ha sconfitto in tre set la tennista filippina Katharina Lehnert, numero 443 delle classifiche mondiali, recuperando la partita dopo un improvviso black out che le è costato il primo parziale. Anche Gioia ha dovuto rimontare un set prima di aver la meglio sulla diciassettenne elvetica Crivelletto, che ieri aveva eliminato Georgia Brescia: la tennista forlivese si è imposta con il punteggio di 6-7(0) 6-4 6-4.

Negli altri due incontri dell'ultimo turno di qualificazione, la tedesca Anna Zaja, numero 483 del ranking, ha approfittato del ritiro della connazionale Carolin Daniels, numero 384, dopo aver vinto il primo set per 6 giochi a tre, mentre Rebecca Sramkova, 372 del mondo e prima testa di serie del tabellone cadetto, ha sconfitto per 7-6(4) 6-0 la polacca Justina Jegiolka, numero 503 delle classifiche mondiali.

ITF Kreuzlingen, qualificazioni, terzo turno:

R. Sramkova (SVK) [1] b. J. Jegiolka (POL) [8]   7-6(4) 6-0
C. Ferrando (ITA) [2] b. K. Lehnert (PHI) [6]   4-6 6-4 6-2
G: Barbieri (ITA) [5] b. J. Crivelletto (SUI)   6-7(0) 6-4 6-4
A. Zaja (GER) [7] b. C.Daniels (GER) [4]   6-3 Retired

lunedì 1 febbraio 2016

Dopo Misaki, la trasformazione: Kerber campionessa in Australia.




Angelique Kerber potrebbe essere il generale Perry, se Misaki Doi fosse la governatrice della prefettura di Kanagawa. Nel 1853 il militare americano sbarcava nervosetto nella baia di Yokohama, metropoli d'origine della piccola tennista giapponese, obbligando l'amministrazione locale ad aprire molti porti commerciali. Lo stesso ha fatto Angelique, sudando in verità qualche camicia in più, per ottenere dalla giapponese il via libera a salpare verso l'impresa di una vita: la conquista del trono australiano. Femmina della specie dei Murray, dunque contrattaccante, caratterizzata da un atletismo debordante e dalla capacità d'infiocinare chiunque menando passanti da ogni posizione, la tennista di Brema, neo campionessa dello slam australe, era stata quasi cancellata all'alba del torneo dalla mancina di Yokohama, in grado d'imbrigliare la Kerber fino quasi a farle perdere senno e partita. "Angie" è mancina lei pure, e proprio dal mancinismo trae linfa vitale per soffocare le avversarie con le proprie curve, ma contro Misaki, com'è ovvio,  il gioco non funzionava: la giapponese rispondeva infatti con poche difficoltà ai colpi effettuati da Kerber con la chela sinistra, e aggiungendo a ciò la buona potenza dei colpi di rimbalzo in rapporto alla minuta stazza , la trappola era presto servita. Fino al match point, appunto, che Doi con il dritto spediva fuori campo consegnando di fatto la partita a Kerber, non prima di averle fatto passare un discreto spavento.

Così la tedesca, che già aveva un piede sulla scaletta dell'aereo per Francoforte,  iniziava un sempre più esaltante viaggio tra le insidie del tabellone. Sempre più sicura, sempre più disposta a violentare un'indole che la prevede procrastinatrice e anche un po' sciacalla, disposta a difendere il possibile e l'impossibile attendendo l'errore della sempre più esausta avversaria. "L'ho capito lo scorso autunno al master di Singapore, dopo quella sconfitta assurda contro la Safarova che mi ha eliminato dal torneo: se manca poco al raggiungimento dell'obiettivo non basta aspettare l'errore di chi ti sta di fronte. Devi rischiare e andarti a prendere ciò che desideri". E sarà pure una considerazione banale, ma qualcosa nella testolina di Angelique è scattata. Lo si è visto nel modo in cui ha dominato le oppositrici che man mano si levava di torno e soprattutto contro la rinata e motivatissima Azarenka, che fino a quel pomeriggio era per il sottoscritto la vera favorita alternativa del torneo. Dopo una partenza spedita e un primo set incamerato, Kerber si trovava sotto prima per cinque a due e tre set point consecutivi, poi per cinque a quattro dovendone fronteggiare altri due, e qui avveniva la sua trasformazione in qualcosa di inedito: ella aggrediva come mai in passato, mentre l'oppositrice diventava sempre più piccola e si ritirava lontana dal campo. Angelica assumeva le sembianze di Azarenka, mentre l'attonita bielorussa si trovava, nolente, a dover interpretare una versione sbiadita della peggior Kerber avvezza al catenaccio.

La finale rappresentava la conclusione naturale di un percorso; un'ultima tappa che molte compagne di spogliatoio avrebbero affrontato con la stessa intensità con cui si affronta una gita scolastica. L'avrebbero vissuta come un premio per il grande risultato ottenuto, e una finale slam certamente è un grandioso risultato, accettando l'ineluttabilità della sconfitta nell'ultima bobina di un film che ha previsto una vincitrice ampiamente designata. Ma Serena, lo si è visto, quando è inquietata da qualche dubbio può anche perdere, e Kerber è la tennista perfetta per incastrare subdoli granelli di sabbia nel potente motore della campionessa. La capacità di difendersi "lunga" anche dagli attacchi più violenti disinnescava l'uno-due di Serena, sovraesponendola al rischio d'errore dal terzo colpo in avanti, mentre la seconda palla mancina, specie quella a uscire, conteneva di gran lunga il pericolo d'essere investita dalla sua proverbiale risposta. Ma tutto ciò non sarebbe stato sufficiente, se la trasformazione da preda a cacciatrice di Angie non si fosse completata in tempo. Priva di tremore nei momenti topici, capace di vincere i colpi più importanti anche in modo ardito, senza aspettare, in definitiva, regali che Serena non è avvezza a fare, Kerber è diventata campionessa slam. 

Cosa succederà adesso? Vincere il primo major passati i ventotto anni di solito pone il vincitore davanti a un bivio: la prima via, quella più comoda, è altrimenti chiamata "della pancia piena", e porta con sé gli effetti di un matrimonio mangiato, bevuto e festeggiato troppo: il grande risultato è stato ottenuto, per qualche mese, forse per tutto l'anno,  ci si può pure rilassare. Si vincerà un'altra prova così importante in futuro? Difficile, se non impossibile. La seconda strada, più impervia, simile a una mulattiera, è invece quella che porta chi mai pensava d'arrivarci a un grado di consapevolezza interiore e fiducia tali da non preclude nulla al futuro (avete presente Wawrinka?). I prossimi mesi daranno risposte a domande che iniziano a diventare interessanti. Interessanti come una storia che non sarebbe diventata tale, se la governatrice Misaki avesse messo in campo quella fatidica risposta di dritto.

sabato 9 gennaio 2016

Rieccoti, Vika. Ora tocca a te.






L'anatema di Redfoo è giunto al termine. I problemi fisici sono scomparsi. La condizione atletica è tornata quella. Chiaramente sono valutazioni che valgono solo per il contingente, e sono fortemente foraggiate dall'entusiasmo folle del momento, ma sì, Vika sembra tornata lei, e Dio solo sa da quanto tempo speravamo di scriverlo. 

Unica tennista in grado di far soffrire Serena per davvero negli ultimi anni; unica a tenerla sul piano della personalità; unica a farla traballare nelle sue certezze fino a batterla in contesti molto importanti, fino ad andare vicinissima all'impresona nel drammatico terzo set del 2012 nella finalissima dell'Arthur Ashe, la valchiria bielorussa si era da allora sempre più smarrita in un vortice di sentimenti già devastanti al momento dell'acme e culminati in una critica depressione, prima  umana e poi tecnica, al momento dell'abbandono subìto dal giullare californiano. Vika non era più stata lei già dall'autunno del 2013, quando si era improvvisamente smarrita nell'autunno asiatico, perdendo male due brutti primi turni prima di ritirarsi addirittura dal master di Istanbul, chiudendo in anticipo e con mille punti interrogativi la stagione.  I due anni successivi erano funestati dagli infortuni, anche se verrebbe da pensare a un processo di involuzione spirituale che impediva a Viktoria di reagire alla cosiddetta malasorte: si trascinava così tra pochi tornei, molti ritiri e scarsi risultati, che facevano pensare e scrivere a molti che la parabola della due volte campionessa in Australia fosse in irreversibile declino.

Qualcosa è scattato, qualcosa doveva scattare. Ma il momento in cui a scattare è la scintilla della riscossa è semplicemente impossibile da prevedere. Alla Azarenka è successo all'inizio della preparazione, nel dicembre appena passato. Si è guardata allo specchio e ha subito capito che per tornare ai suoi massimi la preparazione sarebbe dovuta essere feroce, inaudita. E Viktoria è tornata Viktoria. Ha affrontato la prima parte d'inverno con cattiveria estrema, spendendo dieci, forse dodici ore al giorno tra campo, palestra e strade lunghe innumerevoli chilometri corse rabbiosamente per sconfiggere uno dei nemici più cattivi degli ultimi anni: i chili di troppo. Preparata, pronta, concentrata come non le accadeva da tempo ha preso un volo diretto alla Gold Coast, e ha deciso che lo scettro della sfidande di chi sapete bene doveva tornare a essere suo.

Nessuno sa se le cose andranno come Vika e, diciamocelo, molti di noi sperano, ma l'inizio è stato eufemisticamente incoraggiante. La Azarenka ha letteralmente dominato il primo premier dell'anno, bastonando una dopo l'altra Vesnina, Bonaventure, Vinci, Crawford e, in finale, nel match dal coefficiente di difficoltà più elevato, Angelique Kerber, lasciando meno di quattro giochi di media a partita alle avversarie e dando l'impressione di poter decidere le sorti di ogni singolo punto. E' forse vero che il fato le ha dato una mano, togliendole di mezzo una Halep sedicente infortunata, ma siamo convinti che in quel match di secondo turno la favorita non sarebbe stata la romena. 

Non possiamo e non vogliamo prevedere il futuro, ma se il buongiorno si vede dal mattino la campagna down under di Vika dovrebbe regalarle discrete soddisfazioni , e il suo ritorno ai vertici della WTA potrebbe essere la buona notizia che che tutti gli aficionados aspettavano con ansia: Vika è tornata, e può salvare il circuito femminile dalla noia.

martedì 6 ottobre 2015

L'amorevole Belinda. Primo acuto tra i gabbiani.

Belinda, Belinda bella, quanti segnali, quante conferme. Titolare dell’accoppiata Rolando – Wimbledon nel 2013, ai tempi spensierati degli anni junior, giusto per far annotare sugli annali una doppietta slam, che a livello giovanile mancava da 26 major. Terra ed erba, poi. E mi direte che tutto sommato, a livello giovanile, e massime in gonnella, il fondo non è poi così determinante, specie se le categorie che ti separano dalle giocatrici coeve sono otto o nove a tuo vantaggio. Sarà pur vero, senz’altro vero, eppure il salto tra i grandi sembra essere stato digerito senza bisogno di Maalox: far quarti a Flushing Meadows a diciassette anni non prova niente, ma qualche indizio lo da, e le conferme non stanno tardando. Vagamente messa a soqquadro durante l’inverno da una pressione che credo si aspettasse ma che in fondo non è mai facile capire che bestia sia, l’amorevole Belinda ha in qualche modo sofferto l’inizio della possibile annata consacratoria, non certo aiutata dal testamento tennistico mondiale che, pur sottolineando tutti i distinguo del caso, la nominava in qualche modo erede universale di Martina Hingis. Facile e inesatto, per non dire insensato, il paragone tra le due, i tratti comuni riducendosi all’ espressione geografica d’origine (l’ex Cecoslovacchia) e alla fruizione delle prestazioni di Melanie Molitorova, madre nonché allenatrice di Martina che da qualche tempo coadiuva Bencic padre nella preparazione tecnica della figlia. Il fatto che la mano di Belinda non si avvicini a quella dell’illustre predecessora è una buona notizia per le avversarie, questo va detto. Migliorato significativamente il servizio durante il training invernale, la diciottenne di Flawil vanta infatti fondamentali alquanto pesanti, tende ad essere dominante pur sbagliando molto poco e soprattutto con il rovescio, congenito, riesce a infliggere all’avversaria continue emorragie che spesso portano quest’ultima al collasso.

Un campionario del suo arsenale si è visto giusto ieri nella finale di Eastbourne, quando ha sostanzialmente dominato una Radwanska comunque in crescita dopo i primi orribili sei mesi dell’anno. Una partita dove la piccola svizzera ha deciso tutto, nel bene e nel male, riuscendo nell’ardua impresa di scardinare la sofisticata ragnatela strategica dell’artista polacca, tenendo in modo sorprendente da fondocampo e anzi inducendo Aga a liberarsi la prima dallo scambio con una fretta che ha finito per snaturare il suo gioco e farla saltare alla distanza. Se il match si è protratto oltre il secondo set lo si deve a un killer instinct che Bencic non ha ancora del tutto affinato e all’unica vistosa pecca nei suoi schemi: la ritrosia all’approccio a rete che la obbliga a prolungare con rischi eccessivi scambi sostanzialmente vinti. Sicuro che i suoi tecnici, ovviamente molto più acuti di chi scrive, sapranno approfittare della sua innata recettività per colmare una manchevolezza comune al novantanove percento delle tenniste contemporanee, credo proprio che Belinda non tarderà a bissare il primo trionfo della sua giovane e presumibilmente luminosissima carriera, ottenuto con una prova sfolgorante nel vento dell’East Sussex tra un coro di gabbiani.

Thanasi il leone.

Kokkinakis è un leone. Difficile che non diventi un giocatore vero. Al terzo turno del "quinto slam" domina il primo set contro Juan Monaco, è inavvicinabile al servizio e ostenta un'oltraggiosa tendenza a tenere i piedi molto prossimi alla linea di fondo. Va avanti anche nel secondo con il break del 3-2, poi scende di botto con le percentuali della prima, mentre "Pico", non a caso contestualmente, alza il livello e sorpassa. Thanasi recupera fino al 5 pari, ma infine è costretto a soccombere: un set per uno e qualificazione appesa a un terzo parziale in cui l'argentino, più fresco e scafato, pare nettamente favorito. Invece l'australiano dimostra di non saper solo azzannare i momenti floridi della partita, ma anche di saper remare, sputare sangue, "star lì" con la testa. Mette il naso avanti ma il servizio non lo sostiene come dovrebbe, annaspa, viene recuperato, trova inspiegabili forze per aggrapparsi ad un altro insperato break e va a servire per qualificarsi agli ottavi. Sul match point, il dramma: Kokkinakis, spiritato, tiene uno scambio con le unghie, finché Monaco prova a tirare il vincente: largo. Thanasi si accascia, aspettando di sentire il liberatorio "out!" che gli consegnerebbe la partita. Ma nessuno fiata. Il ragazzino è atterrito, stenta a recuperare la posizione eretta mentre Layani lo guarda con la tenerezza compassionevole di un genitore che osserva un figlio adolescente disperato dopo essere stato lasciato dalla sua prima fidanzata. Layani sa che quella palla probabilmente non è buona, ma non tanto sicuro da rettificare l'opinione del giudice di linea. E Kokkinakis non ha più challanges a disposizione. Parità, dunque, doloroso quanto prevedibile preludio al controbreak e al sorpasso di Monaco. 

Diciott'anni, alla prima grande opportunità in torneo importantissimo, dopo quasi tre ore di match fatto di tante occasioni faticosamente guadagnate e sempre sfuggitegli dalle mani per un niente, contro il prototipo di giocatore che non regala nulla e tende a esaltarsi nella lotta specie in un'atmosfera bollente: in quanti sarebbero stati ancora disposti a credere alla vittoria? Probabilmente solo lui. Lui che soffre come un animale, che salva il game rischiando tutto e si guadagna il tie break. Lui che, ancora una volta, patisce il ritorno di un altrettanto commovente "Pico" fino ad arrivare ad altri match point, stavolta due di seguito, il primo con il servizio a disposizione. Che non basta, bisogna aggrapparsi al secondo, vincere sul servizio di un avversario che potrebbe non perdonarlo più. E qui, con l'ultima stilla di sudore, Thanasi in back di rovescio manda di là una palla che supera il nastro per magia, come sospinta dal soffio del destino. Il campo è pressoché libero, ma Monaco, sfinito lui pure, manda a mezza rete l'ultima occasione dell'incontro.

Vince, il fenomeno Aussie, e si batte forte il pugno sul cuore agitando il ciuffo da bravaccio manzoniano nel sole della California. Si, Thanasi è un leone. E i leoni, con quel servizio, possono diventare pericolosi. Chissà, forse un giorno il grande Pico potrà raccontare di esser stato il testimone privilegiato dell'alba di una nuova grande era del tennis australiano.

Vidi o'Marin, quant'è bello!


Volendo essere odiosamente banali potremmo parlare di favola, per chiudere in una cornice color pastello le istantanee che ritraggono l'incredibile cavalcata di Marin Cilic agli Us Open 2014. I presupposti per scrivere una novella a lieto fine ci sarebbero tutti, in realtà: nel maggio del 2013 Marin viene pescato ad un controllo antidoping effettuato durante l'open di Monaco di Baviera, e pochi giorni dopo i media croati iniziano a far rimbalzare la notizia: positivo. Cilic salta il torneo di Wimbledon per un non meglio precisato problema ad un ginocchio, che i maligni prima, ma poi si accoderanno in molti, sono convinti mascheri un silent ban, una squalifica de facto che l'ATP avrebbe comminato al croato prima della sanzione ufficiale, che di lì a poco si trasformerà in un'inibizione di tre mesi. Pochi, perché l'atleta collabora, ed  il glucosio proibito contenuto nelle zollette di zucchero comprate da mammà sembra sia stato assunto per imperizia: il buon Marin, in sostanza, non ha letto le avvertenze sulla confezione. Niente dolo, dunque, ed eccolo di nuovo in campo a Bercy, nell'ultimissima parte della stagione indoor europea. Alla sua buona fede credono tutti, perché Cilic, un bravissimo ragazzo, tanto bravo da sfiorare i limiti della sommissione, semplicemente non sembra provvisto della minima dose di malizia, e chi scrive si accoda alla comune percezione, che poi è anche quella di Federer, il quale, interrogato sull'argomento dopo essere stato massacrato dal tennista di Medjugorje in semifinale, ha risposto con un esaustivo "credo non abbia fatto niente di sbagliato, intendo di proposito. Se è stato stupido? Forse". Quello che pensano più o meno tutti, in definitiva. Fatto sta che la sospensione lo ha fatto pensare, lo ha reso ancor più concentrato e chiuso in se stesso. Incapace di provare sentimenti di rivalsa nei confronti di chicchessia, Cilic ha provato a dare una svolta alla sua carriera da perdente di talento: ha deciso di rischiare, scombussolando il team con l'acquisto di Goran Ivanisevic, che in tre mesi di coaching è riuscito nell'impresa impossibile; separare il Cilic ragazzo, mite e disponibile, dal Cilic giocatore. Meno di un anno dopo, Cilic lo ringrazia commosso con in mano una coppa ed un assegno da tre milioni di dollari, da neo vincitore degli Us Open.

"Vedi Goran? Anche Goran era un bravo ragazzo, ma solo fuori dal campo. Il Goran che scendeva in campo era un pazzo". Questo più o meno il ragionamento di Ivanisevic, che ha inoltre infierito su un difetto del suo assistito per lui inaccettabile: un croato alto quasi due metri non può lucrare così poco dalla prima di servizio: guardasse Karlovic, Ljubicic e Ancic, oltre ovviamente al maestro, a quante castagne dal fuoco si toglievano armando l'archibugio. Cilic ha ascoltato a testa bassa e si è messo a lavorare sodo, pensando che si, almeno valeva la pena provarci. E i risultati sono arrivati subito. Iniziata la nuova stagione con un terrificante 18-4 nel rapporto vittorie-sconfitte con due tornei conquistati, Marin ha giocato così e così sul rosso, molto bene a Wimbledon dove ha portato al quinto Djokovic in quarti di finale, ed in modo interlocutorio nei mille nordamericani sul cemento, prima della deflagrazione newyorchese. A Flushing Meadows, dopo aver facilmente superato Baghdatis, Marchenko e Anderson, Marin ha avuto bisogno di aver paura contro Simon, battuto al quarto turno al termine di una durissima battaglia in cinque set, per esplodere e annientare Berdych, Federer e infine Nishikori, nel sorprendente ultimo atto conclusosi appena qualche ora fa.

Il giapponese di Bradenton ha sorpreso da par suo anzichenò. E pensare che gli assortiti problemi fisici cui è di malgenio abbonato gli stavano suggerendo di rinunciare alla kermesse americana, ma partita dopo partita Kei ha messo insieme coraggio e fiducia, superando in fila Raonic, Wawrinka e addirittura Novak Djokovic, con una menzione speciale per il quarto vinto sullo svizzero al termine della partita più bella del torneo e forse dell'anno. Probabilmente la benzina è finita appena prima di approcciare l'ultimo ballo, perché Nishikori in finale è andato poco oltre l'infruttuosa palla break conquistata all'alba della partita, prima di naufragare in un mare di errori nella tempesta di vincenti che il suo avversario ha sparato da ogni posizione.

Il 6-3 periodico finale è una lezione molto dura per Kei, il quale però saprà far tesoro dell'esperienza, e pregando che i malanni gli stiano alla larga, tornerà a competere per qualcosa di grosso. Marin, dal canto suo, mette il punto esclamativo ad una stagione davvero inaspettata, che ha regalato quattro vincitori slam diversi ed imposto una pausa alla dittatura dei cosiddetti fab four. Cilic e Wawrinka oggi; Dimitrov, Raonic e Nishikori domani. Calcolando che il futuro a lungo termine si prevede ben frequentato e che le leggende del recentissimo passato non hanno nessuna intenzione di passare la mano, abbiamo ragionevoli speranze di poterci divertire ancora per qualche discreto annetto.


US Open 2014 (finale maschile):

Marin Cilic (CRO) b. Kei Nishikori (JPN)  6-3 6-3 6-3